Ancora sui tatuaggi

Qualche anno fa discettai sui tatuaggi e ne raccontai brevemente la “storia” ed il loro significato. Faccenda molto più complessa dell’attuale moda di decorarsi il corpo, almeno alle nostre latitudini.

Premetto sempre che mi piacciono molto, poiché parlandone, normalmente, in termini negativi, sembrerebbe proprio l’esatto contrario.

Mi affascinano non solo per il livello – diciamo – estetico (una valutazione tutto sommato banale), ma, soprattutto, per il “codice” significativo che dovrebbero esprimere. A ben vedere, esprimono sempre un significato poiché secondo gli insegnamenti della semiotica applicata alla comunicazione, il messaggio è necessariamente presente. Una fregnaccia può rappresentare altro o, per l’appunto, una fregnaccia. Non è possibile l’assenza di significato.

Detto ciò, vi chiederete dove si approda.

Ebbene, quando corro, sono molto incuriosito dai runner pieni di tatuaggi. Non mi riferisco agli uomini che, per assunto, rappresento come esseri naturalmente “grevi”, molto poco evoluti nella scala degli esseri civilizzati. Sicché non è certo un tatuaggio a cambiare lo stato del materiale di base, appena sbozzato.

Mi riferisco, invece, all’altra parte del cielo, alle gentil dame. Non comprendo perché ci abbiano seguito nelle nostre dimensioni più deteriori. Capisco la mascolinizzazione imperante, ma pensavo comportasse la presa del potere non delle sole vestigia esteriori.

Istoriate come delle recluse o, se va bene, come delle pornostar, hanno assunto un codice comunicativo – per l’appunto, simil maschile – di cui mi verrebbe da tornare alle fregnacce di cui sopra. A parte deturpare quelle che, a coloro cui piacciono, belle o brutte, son tutte opere d’arte, vedo solo luoghi comuni. E mi spiego. Quante stelline avete visto? E l’8 adagiato? Che cosa dovrebbe simboleggiare l’infinito, quando è serializzato? Lo è anche nella collocazione: sotto il polso destro.

Il tatuaggio è una cosa serie e come tale va trattato.

Nel mio passato di nottambulo ho conosciuto una tizia piuttosto belloccia – parliamo degli anni ’80 – che aveva un tatuaggio che rappresentava un drago che le circondava quasi tutto il corpo. Non solo era realizzato con la tecnica giapponese horimono ma era ‘collocato’ con una perizia tale tale che, vestita, quasi non ti accorgevi di un disegno di tale fattura. Ciò in un contesto culturale in cui, probabilmente, era più facile trovare un unicorno che una ragazza tatuata.

L’espressività del disegno era collegata alla tecnica ed al significato. Il drago giapponese, divinità dell’acqua, è simbolo di forza e saggezza. Lavorava nel settore del design e della moda ed era la sua esplicitazione del legame tra il mondo occidentale e quello orientale che faceva parte integrante del suo mondo sia “simbolico” che professionale. Ed, infatti, in Giappone aveva anche vissuto per un breve periodo. Certo, era “strana” ma aveva qualcosa da esprimere.

Lasciamo da parte le suggestioni filosofiche e di significato e poniamo che – al giorno d’oggi – si tratti unicamente di una questione estetica. Gli scarabocchi che vedo dovrebbero, quindi, esaltare la bellezza della loro portatrice?

Dato il livello “grafico” molto basso, dovrei al contrario arguirne che si tratti di un messaggio, in cui l’estetica passi in secondo piano. Prevale, insomma, il significato e non il significante.

Ed ecco il problema che, per me, appare insolubile. Purtroppo faccio molta fatica a capire quale sia questo “messaggio” e continuo a correre con il fondato dubbio che l’espressione si sia talmente banalizzata da finire per essere “normalizzata”. Solo una moda globalizzata e nulla più. Ma potrei anche non aver capito un accidente di niente e sono pronto ad imparare.

[Guarda i tatuaggi sulle gambe di quella signora… Magari fossero tatuaggi: sono vene varicose!]

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