Corsa verso il baratro

Ieri, correndo, rimuginavo sulla nascita del “consumatore”. Questa categoria – o, meglio, status – non è affatto sorta quando è nato il mercato. Allora si era quasi sempre produttori di qualcosa, prima ancora che compratori e, giocando più parti nella stessa vicenda (allegra o tragica, a seconda delle disponibilità), un certo equilibrio era salvaguardato.

Probabilmente l’introduzione della moneta e, dopo, dei titoli di credito, hanno finito per separare le cose (prodotti e servizi) dal loro valore. La stessa moneta, quando diventa un pezzo di carta, perde ogni intrinseco valore: la sua unica garanzia è quella attribuita dallo Stato, finché resta in piedi. E non vi era certezza che un invasore non trasformasse in cenere tale carta assieme agli stendardi dello sconfitto.

Con la ‘modernità’ – sulla quale così, su due piedi, non saprei definirne la relatività del senso – nasce il consumatore. Uno strano essere, avido del soddisfacimento di bisogni, per lo più senza senso, tanto da risultare sedotto perfino da una mera suggestione: “il marchio” (pensate, solo per un attimo, al “Made in Italy” fabbricato in Malesia da operai pagati 10 dollari al mese).

L’idea del “consumo” mi suggerisce, ai nostri giorni, più il concetto di “spreco” che quello di “utilizzo”. Un insieme variegato (una “massa”) di volontà deboli, piegate agli interessi ed alla volontà del più forte che lo è così tanto da non aver bisogno neppure di (di)mostrarlo. E’ nascosto in bella vista.

Ne è nata una classe superiore, priva di qualsivoglia freno morale, che presi gli impulsi basali degli esseri umani li hanno sfruttati a loro vantaggio. I bisogni, specie quelli inconsistenti, sono stati opportunamente monetizzati. Le paure, l’odio, le differenze, sono state sfruttate a dovere, nel giusto momento. In parallelo, la lusinga, il successo, il culto della differenza. L’illusione di poter ricevere quel potere della casta dominante.

Per far ciò, la leva dell’abbattimento delle leggi sia giuridiche che morali o, se del caso, la loro manipolazione che è operazione ben peggiore. Credi che le regole siano le stesse di prima, ed è così; solo che vengono “lette”, interpretate, per ottenere uno scopo, senza neppure il fastidio di far vedere che sono state modificate.

In questo modo si è creato un sistema di ricchezza e retribuzione (quella che gli illusi chiamano “redistribuzione”) che ha concentrato nelle mani di pochi eletti (ben mascherati dai veli della soggettività societaria), la grande maggioranza delle risorse e del patrimonio di questo nostro mondo. Fino a giungere all’inevitabile fine, il cui preannuncio è stato inequivocabilmente urlato dalle speculazioni finanziarie, ossia dalle matrioske costituite da denaro fondato su denaro, basato su denaro, di cui, alla fine, non esiste neppure la fisicità di un pezzo di carta da bruciare nella stufa per scaldarsi.

Una fine inevitabile. Crediamo di essere i soggetti posti sul vertice della scala evolutiva ma questa scala è talmente grande che vediamo solo pochi gradini. Pensiamo di essere destinati a restare come se l’universo fosse stato veramente creato per noi. Non è così. In meno di un battito di ciglia, l’uomo ha raggiunto la posizione eretta e, in uno spazio di tempo analogo, sparirà come i dinosauri. Ciascun sistema è infatti – nella sua scala “metrica” – pensato per cambiamenti improvvisi e per decadimenti lunghi e noiosi che hanno l’identico effetto. Rinasce qualcosa, senza che questo determini alcuna “passione” o “partecipazione” da parte del sistema.

Sembra certo che almeno per qualche milione di anni, il sole brillerà. Del tutto indifferente di quello che ci sarà (o no) su questo o sugli altri pianeti. Stiamo cadendo a pezzi, sopravvalutando l’importanza di questo mero fatto. A nessuno importa.

Una lunga corsa. Finita in un baratro.

[Colonna sonora: K. Bush, Running Up that Hill (Louis La Roche ‘Special 2022’ Remix); Martika, Toy Soldiers (Squarcieri Remix)]

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