Maratona di New York 2006 – Fausto Giuliani

Mi chiedevo ripetutamente, nei giorni prima della partenza per New York, cosa mai mi avrebbe potuto lasciare questa maratona, questa ennesima maratona (la mia diciottesima), dopo che tante emozioni, tante sensazioni avevo avuto la fortuna di viverle ormai tanto intensamente, soffrendo, gioendo, tribolando, cavalcando alla grande, avendo già percorso in lungo e in largo negli anni passati città splendide e storiche come Roma, Parigi, Venezia, Praga.

Con Angelo e Alfredo avevamo deciso già dai primi di gennaio che questo sarebbe stato l’anno di New York, l’anno di questa benedetta maratona così tanto incensata, così tanto osannata da tutti, fenomeno mediatico talmente eccessivo che quasi avrei avuto la voglia di non correrla mai, di snobbarla… in fondo, pensavo, correre 42 km nella Grande Mela e correrli, che so, a Carpi, a Padova, a Latina… è la stessa cosa, che differenza fa! La strada da percorrere è sempre quella, il “muro” al 30° chilometro lo si può trovare ovunque. Comunque andiamo pure negli USA, così potremo sempre dire di aver corso anche quella, del resto tutti quelli che masticano poco di corsa conoscono soltanto NY e quindi il 5 Novembre correremo lì, così potremo capire cosa vuol dire New York City Marathon.

La comitiva è quella giusta, capitanata da Joe Vasapollo, pazzo scatenato e terribilmente simpatico, con noi tre della Running Evolution a tenere alti i colori Orange; a New York sono già stato altre due volte, pertanto la città non mi avvolge come dovrebbe, non mi scuote a dovere e così, sarà anche fortuna, finisco per pensare molto più allo sforzo da compiere che non alle bellezze del luogo. Questa “42” non l’avevo preparata bene, lo ammetto: un paio di “lunghi” di 25/30 km, qualche “lavoretto” sporadico e poi… sarà quel che sarà. E’ bello viverla con tanti amici che dividono con te le stesse ansie, le stesse apprensioni… e poi allenamento il venerdì mattina in Central Park, con foto di rito sulla “finish line”, corsetta il sabato dal palazzo dell’Onu insieme ad altri 20 mila runners, di tutte le nazionalità in uno sventolio unico di bandiere… visita ad un centro maratona dove ti ci perderesti per non uscirne più e poi… senza accorgerti sei già col pettorale addosso, con la vaselina spalmata, con guanti e fascia indossati, con la giusta dose adrenalinica in corpo, pronto per il via!

Domenica mattina ci fanno alzare presto, alle 5, con veloce colazione e poi pronti per arrivare con la navetta nei pressi del Verrazzano Bridge; pettorale blu per Angelo, con numero basso per lui, tra i primi mille (partirà molto vicino ai top runners); verde per me e per Alfredo, ma non siamo molto distanti dallo start. Prima di avviarci sul punto di partenza si bivacca su di un prato immenso… il tempo è bellissimo, l’erba è asciutta, ci si può sdraiare, ci si può spalmare ogni tipo di crema scaldamuscoli addosso, si può fare pipì tante, tante volte, si può anche mangiare qualcosa perché c’è bisogno di energia per le prossime ore: ci servono integratori, thè caldo, barrette energetiche. C’è ancora tempo per qualche foto ricordo e poi ognuno resta solo con se stesso, tra 40.000 altri pazzi per la corsa, ma immerso nei suoi pensieri, cercando di immaginare quello che potrà accadere nelle ore successive. Alfredo è alla sua prima “42”, con pochi km percorsi in allenamento, per via di una serie di guai fisici, ma lo vedo molto tranquillo, assolutamente non ansioso; Angelo, decisamente molto più esperto, vorrebbe chiudere intorno alle 3 ore, 3.15, senza problemi, per poi, chissà, sparare qualche cartuccia in più in una delle maratone invernali più vicine a casa nostra. Alfredo chiuderà brillantemente in 4 ore e 16 minuti, anche se dopo per lui ci sarà soltanto ghiaccio in abbondanza… ma il debutto va pagato in qualche modo. Angelo terminerà in 3.13 ma molto provato nel finale, avendo tirato molto nella prima parte (1.27 alla mezza) con inevitabile crollo in Central Park (dirà alla fine: ho viaggiato per parecchio tempo con un gruppetto con telecamera al seguito… soltanto dopo capirà che quel gruppo stava accompagnando Lance Armstrong, 2.59 per lui, dopo i tanti trionfi al Tour de France!).
Io mi prefiggo di chiudere sotto le 4 ore, perché non ho nessuna intenzione di distruggere i miei muscoli con una tattica spregiudicata nella prima parte di gara.
Alle 10.10 il fatidico colpo di cannone dà il via alla grande gara; con Alfredo parto in tutta tranquillità, anche troppa, vuoi per il primo tratto del ponte in salita, vuoi per la tanta gente che abbiamo davanti; dopo un primo miglio più accorto, cerco di trovare un ritmo abbordabile e Alfredo preferisce rallentare per seguire una propria condotta di gara.

Finita la traversata del Ponte (circa 3 km!), inizia la vera corsa, ma soprattutto il vero spettacolo! Lo spettacolo di tutti coloro che ti seguono per strada… il primo distretto è quello di Brooklyn e già lì inizio a capire cosa vuol dire correre da queste parti. Mi rendo conto subito che la scelta di aver indossato la canotta tricolore con su scritto “Italia” e accanto il mio nome, si rivela decisamente azzeccata! (Correre con i colori sociali della Running Evolution ci avrebbe fatto rischiare di essere  scambiati per olandesi, con il nostro amatissimo colore arancio in evidenza…).

La gente mi chiama per nome, decine e decine di volte… io mi volto, la saluto, sembra che sia lì soltanto per me… c’è chi mi chiama “paesano”, chi grida “Italia” a squarciagola… lungo la 4° strada (sarà stata lunga sei,sette chilometri) sembra il finimondo! Ai lati la gente è straripante, impazzita di gioia per applaudire le migliaia di runners, in pieno sforzo fisico… ci offrono di tutto… spugne, zuccherini, fogli di carta tergisudore e “battono il cinque” con il tradizionale “give me five”. Cerco di non esaltarmi troppo, anche se l’emozione mi gioca brutti scherzi: devo dire la verità, anche se me lo avevano detto, non ero preparato ad una festa simile.

Corro con scioltezza attestandomi intorno agli 8.30 a miglio (però queste miglia, mica male… sembrano aiutarmi a livello psicologico; in fin dei conti se ne devono correre “soltanto” 26 e non 42 come i km…); si, forse sto sragionando, ma qualsiasi pensiero in corsa aiuta a far sentire meno la fatica, perfino il pensare a cosa avrei scritto seduto comodamente sull’aereo, accarezzandomi la medaglia al collo. Le miglia scorrono via… Bedford Avenue ed è sempre festa sia a Brooklyn che nel Queens (alla mezza giro in 1.55… se reggo, sotto le 4 ore ci sono senza problemi). Intanto penso ad Alfredo, dove sarà, come ne uscirà e così si arriva al QueensboroughBridge, dove il pubblico non c’è per motivi di sicurezza, ma basta lasciare il ponte per immettersi sulla First Avenue per ritrovare la bolgia che sembrava averti abbandonato inesorabilmente; quel tifo da stadio che non ci lascerà più fino all’ultimo metro di corsa da Manhattan al Bronx e poi di nuovo a Manhattan. Ed è qui che riesco a capire di poter dare ancora molto, di birra ce n’è ancora e poi quel “Go, Fausto, go” che non mi abbandona mi carica passo dopo passo e se mi sento in difficoltà, per superare qualsiasi crisi, mi porto ai lati della strada dove soltanto loro sanno come farti ritrovare tutte le motivazioni del mondo!

Ormai è un tripudio, vedo gente ai lati della strada accalcata, come se fosse arrivata da ore per assistere in prima fila al tuo passaggio… si, al mio passaggio… le ultime tre miglia , dopo la Fifth Avenue, sono tutte in Central Park, dove mi sembra di essere Pantani che scala il Sestriere tra due ali di folla accorse soltanto per te… oramai è tanta la fatica, mi viene da piangere per l’emozione, ma aumento sempre di più (da un po’, dopo aver viaggiato intorno ai 9.00 – 9.15 a miglio sono tornato sugli 8.30)… l’ultimo miglio me lo divoro in 7.50… ora è in leggera salita questo benedetto arrivo, leggo il cartello, mancano 400 metri… no, 400 yards, ma quanto sono lunghe ‘ste yards, ora 300, 200 eccola la finish line, alzo le braccia al cielo… 3.47.56, che impresa (e pensare che molte volte ho corso la maratona in 30 minuti di meno!), qui il tempo non conta, qui ti vengono le lacrime agli occhi per tutto quello che ti accade intorno… arrivi e ti abbracci col primo che hai a fianco, ti volti e tutti hanno la stessa espressione: tutti sono sconvolti ma felici, provati ma soddisfatti… tutti che si chiedono una cosa sola: è possibile che esista una maratona così?
Ve lo garantisco: esiste!

Fausto Giuliani

1 commento

  1. Bellissima maratona e l’hai raccontata magnificamente,mi sembra di di essere li e provare la stanchezza e l’emozione ..e una volta sono stata con voi a quella maratona .Grazie Fausto

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