Riti. A ciascuno il suo (A noi il nostro).

Pensavo ai riti. Nulla di religioso, benché le pratiche sincretiche ed animiste stuzzicano la fantasia popolare. E, poi, chi non ha mai pensato di mozzare la testa ad un pollo (solo per non doverne vedere il viso, in ufficio, la mattina)? Ma, queste, son cose serie che non possono essere liquidate in due battute.

Riti, (mal) dicevo. Sono delle forme che racchiudono, nel loro ripetersi, un valore ulteriore rispetto al loro oggetto.

Prima di una gara, per esempio, il caffé che prendevo con il Pirata era un caffé ben diverso da quello che potrei prendere in qualsiasi momento della giornata. Anche se per l’avventura (il caffè) faccia schifo, ha un suo valore non negoziabile. Anzitutto, perché, nei giorni “normali”, il compagno è altrove affaccendato. Aggiungiamoci, poi, l’effetto taumaturgico immaginato nel benefico effetto della caffeina sulla circolazione e sul ritmo cardiaco, benché, sinceramente, non avverta grandi differenze rispetto a quando non si celebrava questa consuetudine. Resto scarsino pure dopato di caffeina.

In realtà, un rito serve solo per volersi bene. È questo il solo effetto che ci si attende.

Vogliamo volerci bene e, per essere accettati dagli altri, la condivisione di una ritualità può servire ad essere “parti” di un “tutto”. Il “tutto” è sempre superiore alla mera somma delle sue parti.

In questa dimensione, anche “spirituale”, dovete intendere il Rito “Maori” che precede la partecipazione alle gare da parte degli Arancioni. Prima o poi vi racconterò come funziona nel paese in cui è nato (ed i problemi che ha creato ad alcuni improvvidi imitatori), ma il suo valore non è quello di “riprendere” una tradizione “religiosa”, quanto di acquisirne la deriva spirituale.

La spiritualità – si badi – non è una faccenda necessariamente religiosa. Lo “spirito”, per chi crede, anima tutte le cose, senza che dietro vi debba essere una immanente divinità. E’ l’aura dell’esistenza che connatura gli esseri (e le cose) di qualunque specie o tipologia.

Noi però abbiamo la coscienza e possiamo, quindi, attribuire un “senso” – per l’appunto, spirituale – ad alcuni oggetti, persone o accadimenti.

Il Rito “Maori”, nella versione Arancione, non serve ad impressionare il nemico, ma serve a “riunire” le persone, a catalizzare le energie, a “dichiarare” l’appartenenza ad un “insieme”. Che, poi, nel caso di specie, sia costituito da corridori (e non da monaci buddisti) non ha alcuna importanza, sempre di “spirito” si tratta. Da questo momento dovrebbe scaturire quella positività da sublimare nella successiva corsa.

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